Quello che non ti è permesso

La tua è una partenza ad handicap.
Buona parte di chi è sugli spalti ritiene che tu non sia ne capace ne competente prima ancora di vederti all’opera.
Ma anche tra chi calpesta il tuo stesso terreno di gioco c’è qualcuno che la pensa allo stesso modo.
Per alcuni non sei all’altezza e mai lo sarai, per altri sei solo un’imposizione per il politically correct, per molti un bersaglio ancora più facile da colpire per riversare la rabbia e la frustrazione che una partita di calcio genera sempre sia tra i protagonisti in campo sia tra gli spettatori. Eh già, perché c’è sempre qualcosa che non va bene, un fallo contro, un fuorigioco, un presunto rigore, un cartellino giallo, magari uno rosso – dato o non dato poco importa – che porterà a una tua decisione comunque non gradita a qualcuno. Fa parte del gioco, lo sai e lo hai messo in conto facendo la tua scelta. Ma perché non hai pensato a qualche altro sport (o carriera) più adatto alle tue caratteristiche?
Più tranquillo, più semplice e meno rischioso.
Forse qualche volta te lo sei perfino domandato, di sicuro invece, sono in tanti a chiederselo quando ti vedono spuntare sul terreno di gioco.
Qualcuno magari te lo chiede pure.
Chissà cosa rispondi.
A entrambi intendo, ai tuoi pensieri e alla gente.
Forse qualche volta hai pensato che avresti dovuto davvero fare altro, è comprensibile, ma se continui a girare i campi della provincia ogni benedetta domenica significa che la tua passione è più forte di tutto. Del resto non si può proprio dire che tu lo faccia per il denaro o per una carriera luminosa in futuro, su questo non c’è alcun dubbio.
Poca moneta e zero possibilità di carriera, questo lo sai da sempre.
Poi ci sono momenti come quello che hai vissuto ieri, situazioni complicate da controllare che si trasformano in attimi difficili da gestire.
Hai avuto paura?
Hai temuto per la tua incolumità e deciso quindi di fischiare e sospendere una partita a pochi minuti dalla fine?
Non ti è permesso e nemmeno perdonato.
La partita di pallone è sacra e viene prima di tutto, interromperla è un sacrilegio. Farlo perché lo decidi tu, che ne hai certo il potere ma è meglio se non lo usi, è sintomo di debolezza e conferma (sempre agli occhi dei più) la tua inadeguatezza.
Un uomo non lo farebbe mai.
Un uomo non lo fa.
Tu sei donna però, e pure arbitro.
Ma cosa ti è passato mai per la testa quando hai deciso di prendere questa strada? Già è difficile non insultare un arbitro quando è maschio, figurati se ha le tette e osa dettare legge in un mondo di uomini con le palle. Quelli che già di fronte a un direttore di gara dello stesso sesso fanno fatica a trattenere la rabbia davanti a un cartellino o dopo un fischio a fermare l’azione di gioco anche se colpevoli. Entrate scomposte, falli e altre scorrettezze che quasi mai si ha la percezione prima, e l’onestà dopo, di ammettere di aver commesso.
Ma tu sei donna e quando il giocatore si incazza perché quel fischio non lo accetta, la reazione può essere pure peggiore.
Ieri è successo.
A pochi minuti dalla fine non avresti dovuto espellere quel giocatore che ha falciato l’avversario a metà del campo.
Maschio con pantaloncini che corre dietro a un pallone, pure in trance agonistica.
Difficile accetti di essere spedito negli spogliatoi con un rosso diretto.
Per mano di una donna poi è pure peggio, infatti la reazione è spropositata perché la protesta dura un attimo mentre le minacce arrivano immediatamente a condire gli insulti che, ovviamente, riguardano le differenze tra sesso maschile e femminile e quanto questo incida sul gioco del pallone.
Quando il suo sguardo è diventato più feroce e la sua reazione più pesante tanto da diventare difficile anche per i compagni riuscire a trattenerlo hai temuto e hai fischiato.
Tre volte.
Poi sei andata nel tuo spogliatoio non sentendoti sicura lo stesso, attendendo le forze dell’ordine che qualcuno aveva già chiamato.
Il supporto non è stato generale, qualcuno insinua che la tua reazione sia stata esagerata.
Perché donna ovviamente è sottinteso.
E un collega cosa avrebbe fatto? Te lo sei chiesta dopo e continui a chiedertelo adesso quando leggendo sui giornali e in rete i commenti alla notizia hai la percezione che sì, il gesto è stato condannato, ma qualcosa non torna.
E’ il dubbio che come arbitro, il potere di chiudere in anticipo una partita ti sia concesso con più indulgenza, e meno clamore, solo se sei un uomo.

 

tratto da Ancora oltre la linea

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