La N.24

Avrei voluto restare fuori dallo spogliatoio.
Aspettare che uscisse, piazzarmi davanti e risolvere la questione.
Con le mani non solo con le parole.
Avrei dovuto fare così per stemperare la rabbia che provo in questo momento.
“Biglietto, prego”
È la voce del controllore a staccarmi da questo pensiero e dalla fronte appoggiata al finestrino.
“Eccolo.”
“Vinto oggi?” mentre mi restituisce il biglietto.
“No, pareggiato.”
“Ah, cavolo. Peccato!”
“Già…”
Metto l’auricolare e mi volto verso il finestrino, non ho voglia di chiacchierare con lui come capita spesso quando lo incontro. Ormai mi conosce questa è una piccola tratta malservita e le persone sono quasi sempre le stesse, da quando ho iniziato a giocare qui mi vede spesso durante la settimana quando arrivo da casa e quando riparto e dopo le gare se c’è lui di turno, non manca mai qualche scambio di battute.
“Comunque, è un punto pesante. Ho seguito la gara via Facebook” ammette schiacciando l’occhio salutandomi.
È gentile, come sempre, e forse proprio perché ha seguito la gara capisce la mia scarsa vena a parlare di questo pomeriggio.
Cala l’adrenalina accumulata e cresce sempre di più l’incazzatura per quello che è successo in campo, durante la partita ma anche dopo il fischio finale.
Soprattutto dopo.
Una gara importante e delicata, c’è la salvezza in ballo. Due neopromosse, noi siamo davanti in classifica e con una vittoria possiamo allungare e fare un passo in avanti quasi decisivo, loro con una vittoria accorcerebbero le distanze nei nostri confronti riaprendo decisamente i giochi. Uno scontro diretto da cercare di vincere a tutti i costi provando a sfruttare il fattore casalingo che poi in questi casi conta fino a un certo punto perché la differenza la fa più la testa che le gambe e se non si è concentrati e tranquilli si rischia di commettere errori che poi pesano.
Ecco, appunto.
Una gara da vincere che però abbiamo rischiato seriamente di perdere: sotto di due reti a meno di dieci minuti dalla fine dopo aver messo in mostra una sfilza di errori da gara d’oratorio che in serie A non puoi certo permetterti, siamo riuscite ad accorciare le distanze quasi allo scadere del tempo e a segnare l’ultima rete al secondo minuto di recupero. Un due pari che ha dimostrato qualche nostro limite ma anche il nostro carattere, siamo una squadra che non molla mai anche quando tutto sembra perduto, ma che rischio, ragazzi!
Ora, a nemmeno quaranta minuti dalla fine dell’incontro, dopo una doccia fatta al volo e la corsa alla stazione con borsone in spalla perché qui i treni sono pochi e se ne perdi uno sei fregato e tocca aspettare chissà quante ore per prenderne un altro, resta il solito misto di emozioni di fine gara. L’amarezza per i due punti persi che erano alla nostra portata, la consapevolezza di quello guadagnato visto l’andamento della partita e la soddisfazione di aver allungato su tutte le altre inseguitrici che in questa giornata di campionato hanno perso. Poteva andare peggio o forse meglio, il calcio è questo, per fortuna. Un punto importante, insperato e guadagnato all’ultimo respiro, vale tantissimo per la classifica ma anche per il morale, e non è poco.
Quanto avrei potuto fare meglio non lo so, so però che avrei dovuto farlo. Non c’è viaggio di ritorno da qualsiasi gara in cui non pensi a quanto fatto in campo, e non c’è viaggio di ritorno in cui non mi rimproveri qualcosa.
Oggi di più, però, perché oltre a qualche errore durante i novanta minuti c’è quel cartellino a rovinare la mia giornata.
Rimediato a gara terminata.
Per proteste.
Lo so è assurdo protestare con insistenza senza pensare che così, minimo, si arriva dritti al cartellino giallo. Ma che ci posso fare se è successo?
“Stupido e coglione.”
Grazie a queste due parole ho guadagnato un cartellino rosso, il primo per proteste della mia carriera e secondo in generale dopo quello per fallo di reazione che mi costò tre giornate qualche anno fa.
Errore di gioventù allora, errore di valutazione oggi, sì perché non l’ho detto direttamente al direttore di gara durante la discussione animata durata un minuto abbondante al triplice fischio, non sono così folle, ma l’ho fatto tra me e me – ad alta voce però – quando era a distanza di sicurezza. Peccato non essermi accorta per nulla del guardalinee che camminava al mio fianco e che, sentendo il mio gentile insulto, ha accelerato il passo con una piccola e goffa corsetta, raggiunto il compare, riferito le mie parole regalandomi così il piacere di farmi cacciare fuori mentre fuori ci stavo già andando.
La stupida sono io che ho scaricato il nervosismo e la tensione accumulati nei novanta minuti nel modo sbagliato e con la persona sbagliata, il direttore di gara già alla fine del primo tempo vedendomi nervosa mi ha richiamata ma non è servito a nulla, nervosa ero e nervosa sono rimasta. La colpa è tutta della mia ex compagna di squadra che oggi incontro da avversaria per la prima volta che non solo ha fatto due gol, e ci può stare ovvio, ma che ha mancato di rispetto a tutta la sua ex squadra.
Un dito sulla bocca a zittire tutti mischiato a sorrisi e battute contro le ragazze con le quali ha condiviso ore di campo e di vita fino a pochi mesi fa mi ha fatto imbestialire sul momento ed esplodere prima al nostro gol e poi al fischio finale.
Il dito sulla bocca e l’altro braccio alzato.
Un gesto che trovo disgustoso quando lo vedo in televisione fatto da giocatori affermati, figurarsi quando capita a pochi metri da me, diretto anche a me, fatto da una sfigata come me.
Sfigata.
È questo che sono agli occhi di molti, una sfigata che gioca a pallone, probabilmente pure lesbica.
Col pregiudizio ci combatto da sempre, involontariamente da quando a cinque anni ho iniziato a giocare a pallone, volontariamente invece da quando ho iniziato a non sopportare i commenti e gli sguardi delle persone ogni volta che racconto quale sia il mio sport preferito (vorrei dire il mio mestiere) e quanti sacrifici faccio per essere una calciatrice. Prima dell’ammirazione arriva la compassione, come se giocare a pallone per una donna fosse una costrizione e non il frutto di una semplice scelta, spinta dalle stesse motivazioni di un uomo. È incredibile accorgersi che ancora oggi sia così difficile far capire che il calcio non è un territorio limitato al mondo dei maschi. Ogni tanto trovo così assurdo dover spiegare perché gioco a pallone che quasi mi sembra che chi me lo chiede mi stia prendendo in giro, invece no, è così, tocca far capire che non sono una sfigata e che posso correre dietro a un pallone, dribblare, contrastare e saltare perché dotata di due gambe e di una potenza fisica come gli altri calciatori, e che non serve un pisello per calciare un pallone.
“Non sei un maschiaccio, sei una bambina.”
Ricordo di aver guardato con una faccia stupita e di aver fatto spallucce nel rispondere alla nonna di una mia amica che voleva restassi a giocare con la nipotina a una festa di compleanno mentre i maschietti facevano le squadre.
“Io ho voglia di giocare.”
C’era mio fratello gemello e guai a non riuscire a fare – possibilmente meglio – qualcosa che lui era in grado di fare, soprattutto con il pallone tra i piedi.
Il mio divertimento più grande era giocare a calcio, sia con lui sia contro di lui, non era un problema quello, l’importante era avere sempre un pallone nelle vicinanze. Giocare a calcio in mezzo ai maschietti non era una stranezza per me e nemmeno per loro, non lo è mai stata. Fino ai dodici anni ho giocato in una squadra maschile e tutto è stato semplicemente normale, naturale direi. Ricordo gli sguardi sorpresi e sorridenti degli avversari quando vedendomi in campo si gasavano pensando di avere a che fare con una ragazzina incapace di giocare e sostenere i loro ritmi di gioco che poi si trasformavano in espressioni di stupore quando iniziata la partita si accorgevano che non era poi così semplice contrastarmi per portarmi via il pallone o difendersi quando ero io che volevo la palla che avevano tra i piedi. A quel punto non ero più una bambina ma diventavo un avversario, un avversario da battere e da combattere alla pari.
“Ma chi te lo fa fare?”
Leggo il messaggio del mio amico che puntuale arriva dopo ogni gara. Sono anni che per scherzare mi scrive sempre la stessa frase per iniziare il discorso. Sia quando le cose vanno bene sia quando vanno male, già sa di come sia andata la partita e sicuramente ha già capito che è il momento di farmi sfogare un po’.
Ha iniziato quando mi sono trasferita lontano da casa per la prima volta, lasciando la famiglia e gli amici a centinaia di chilometri di distanza piuttosto scomodi da ricoprire, con la scuola ancora da terminare e una vita tutta nuova da costruire da sola. Studio al mattino e allenamento tutti i giorni, senza genitori e lontana dal mio gemello; non è stato semplice mettere tutte le cose a posto e far scappare la malinconia che puntuale si presentava la sera mentre stanca morta provavo a studiare.
Chi te lo fa fare?
Anche io me lo sono domandato più di una volta nei primi mesi della nuova vita e sono andata molto vicino a darmi la risposta che mi avrebbe rispedito a casa, al sicuro, ma ho resistito perché non potevo già mettere fine alla mia vita calcistica senza sfruttare l’occasione che mi era capitata.
Ho resistito, faticato, sofferto ma vinto.
Uno scudetto.
Un clamoroso e strameritato scudetto.
A sedici anni.
Una gioia che ancora adesso faccio fatica a descrivere ma che resta l’emozione sportiva più intensa della mia vita.
“Ma chi te lo fa fare?”
Lo ha scritto, ma era presente, anche quando ho vinto la Supercoppa pochi mesi dopo. Lo ha fatto anche quando ho raggiunto un altro gradino inimmaginabile fino a una dozzina di mesi prima: la Champions League.
Una competizione che il tifoso di calcio medio nemmeno sa che esiste abbinata al mondo femminile, e quando lo scopre ci ride su, che mi ha aperto gli occhi e la mente sul mondo del calcio femminile, quello vero intendo. Mi sono ritrovata a tu per tu con un altro tipo di calcio, più maturo, organizzato, professionale e con una dignità riconosciuta che mi ha reso invidiosa di alcune colleghe all’estero, non posso negarlo, ma consapevole del fatto che la mia generazione di calciatrici potrebbe essere quella della svolta.
Deve esserlo.
“Ma chi te lo fa fare?”
Ha iniziato così anche quando mi ha scritto dopo i novanta minuti più intensi, strabilianti e dolorosi della mia carriera fino a oggi: lo scudetto perso nello scontro diretto, all’ultima giornata di campionato. Da fuori qualcuno si sarà divertito, io a pensarci ora mi sento ancora chiudersi lo stomaco.
“Ma chi te lo fa fare?”
Lo ha scritto invece venti volte di fila quando ha saputo che avrei indossato la maglia azzurra. Impossibile dimenticare la sorpresa, la gioia e la soddisfazione nel leggere la mail sul telefonino appena arrivata al campo di allenamento quel pomeriggio.

“Ma chi te lo fa fare?”
È anche scritto nel magnete che mi ha regalato piazzato sul cruscotto del furgone, quello che leggo tutti i giorni quando sono nel traffico tra una consegna e l’altra, mentre corro a preparare giardini o a piazzare fiori, prima di mettere il borsone in spalla e salire sul treno e viaggiare più di due ore per andare al campo per l’allenamento.
A praticare il mio hobby.
Come chiamarlo altrimenti? Lavoro? Non scherziamo dai, anche se sono nel giro della nazionale, gioco in serie A, ho vinto scudetti e mi alleno quasi quanto i miei colleghi maschi, non ho ancora raggiunto lo status di calciatrice professionista non perché non me lo meriti ma perché per noi donne non esiste. Per tutti, federazione inclusa, sono solo una ragazza che si diverte a calciare il pallone. Punto. Per vivere non posso contare sul pallone anche se il pallone occupa molte ore della mia giornata, e se lo facessi sarei in mezzo a una strada prima o poi. Il calcio femminile in Italia è invisibile e chi lo pratica, nella maggioranza dei casi, difficilmente può davvero pensare di poterci vivere, nonostante i risultati. Il segreto per me è non pensare a quello che non è, e che non sarà, ma seguire solo la passione, smisurata e pura che alla domanda del mio amico mi fa rispondere, ogni tanto sorridendo e talvolta con rabbia: “Non so chi me lo faccia fare ma non posso farne a meno.”
“La tua coincidenza è al binario 3, noi abbiamo accumulato un po’ di ritardo, devi correre per prenderla.”
Il controllore con me è davvero carino. Mi preparo alla discesa da subito non ho voglia di stare ferma in stazione per oltre un’ora per aspettare il treno successivo.
Che giornata di merda!
Sono pure all’ultimo vagone.
La porta si apre e subito salto giù per iniziare lo scatto verso il binario tre, ho due minuti scarsi e potrei farcela.
Anche la mia ex compagna sfigata che ha segnato oggi e fa il fenomeno col ditino non vive di calcio – e come potrebbe? In tutta onesta non ha testa e nemmeno altre qualità per essere una calciatrice di livello – anche lei viaggia, e anche lei è scesa da questo treno.
La vedo.
Rallento.
Mi fermo.
C’è qualcosa da sistemare.
“A chi cazzo hai fatto segno di stare zitta?”
Tanto prima o poi ci sarà un altro treno.

da Contrasti 

 

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