Fattore sponsor

Se la dea bendata guarda da un’altra parte e il calciatore si ritrova, intorno ai 18 anni, nella delicata fase in cui fare il salto tra il percorso giovanile e il calcio dei grandi, la lotta per arrivare si fa più dura. Ed è ancora più selettiva, perché i posti disponibili sono pochissimi rispetto alla grande quantità di giovani in cerca di sistemazione. Esiste però una parola che, magicamente, apre porte e rende molte persone più disponibili all’ascolto.

Sponsor.

Ecco un’altra cosa che hai imparato dopo i primi mesi di lavoro: un giocatore mediamente bravo, senza sponsor, fa più fatica a inserirsi nel mondo del calcio che conta, tra i professionisti, rispetto a uno mediamente scarso che invece ne ha uno alle spalle.

In questo caso però il significato del termine è leggermente distorto, perché non si tratta di un’azienda che vuole sfruttare la visibilità di un calciatore per proporre il proprio marchio, ma di un genitore che paga per fare giocare il proprio figlio.

Punto.

Il termine sponsor non mette in imbarazzo sia chi lo richiede sia chi lo propone, e nei casi in cui si mette sul piatto della bilancia questa possibilità la trattativa fila sempre liscia e uno spazio per un giocatore con questo tipo di eredità si trova sempre.

Hai un giocatore, non importa il ruolo, che si porta dietro cinquantamila euro di sponsor? Lo facciamo giocare in Primavera con il contratto.”

È stato il tuo battesimo, la prima richiesta che hai ricevuto qualche mese dopo aver iniziato questo mestiere. Era per una società di Serie A.

Sorpreso (per l’importo) e spiazzato (per la sfacciataggine) non hai voluto approfondire, né tantomeno proporre a nessuno l’affare che di certo non nasceva da una richiesta specifica della società (in serie A c’è bisogno di questo?), ma probabilmente – ed è il grave problema – da qualcuno che per questa società lavorava. Utilizzare la propria posizione di rilievo all’interno di una squadra per portare avanti i propri affari che con la squadra nulla hanno a che fare, è una pratica più frequente di quanto si possa immaginare.

Ti chiedi se i presidenti siano così ingenui da contornarsi da persone di questo tipo o se, fregandosene, diventino complici consenzienti.

In un periodo come questo, in cui anche il calcio deve fare i conti con la mancanza di denaro e le gestioni scellerate del passato, sono molte le società che ricorrono a tale pratica per procacciarsi liquidi, soprattutto nelle serie minori. Infatti, nell’attuale Lega Pro operazioni di questo tipo sono all’ordine del giorno. Vale per i giocatori più grandi (alcuni tirano fuori fino a cinquantamila euro per poi intascarne trenta: dove sta l’affare?) ma soprattutto per quelli giovani, per i quali le società non hanno le risorse necessarie per provvedere a vitto e alloggio, se arrivano da fuori, e di conseguenza chiedono denaro alla famiglia come contributo per le spese.

A guardare la situazione da un punto di vista sentimentale tutto questo non ha nulla a che fare con la pratica del gioco del calcio, ma qui è di affari che si sta parlando. Trova già poco spazio il valore tecnico, figurarsi i sentimenti o i valori dello sport. Precarietà e sopravvivenza caratterizzano le carriere e influenzano i comportamenti sia di chi gestisce sia di chi gioca.

La richiesta di un contributo alla famiglia non è poi uno scandalo, se è chiara e corrispondente ai costi reali e documentati che la società sostiene, la si può accettare o no, il problema è quando dietro a questa pratica si nasconde una gestione poco limpida del denaro che le famiglie versano. La situazione più corretta? La società chiede una cifra, la riscuote durante l’arco dell’anno – in due o tre rate – ed emette fattura. Caso più unico che raro perché spesso la richiesta viene fatta dal direttore (o da un responsabile) tenendo all’oscuro la società per la quale lavora.

Ovviamente, il pagamento è richiesto in contanti e subito. Su dieci genitori quattro accettano all’istante, quattro ci ragionano un po’ su e magari cercano di avere maggiori garanzie – che difficilmente arrivano – e finiscono comunque per accettare. Solo due capiscono che il gioco non vale la candela. Molti lo vedono come un investimento per il futuro del proprio figlio, in realtà è l’inizio di un giro (vizioso) dal quale difficilmente si uscirà con un risultato positivo.

La proposta è chiara: a una certa cifra corrisponde un determinato trattamento. Il listino prezzi varia a seconda del numero delle persone che organizzano il “pacchetto”. Il genitore risparmia – si fa per dire – se a farlo c’è solo il direttore che arrotonda il proprio stipendio, mentre se il lavoro è svolto da più persone la cifra sale.

Un esempio classico è quello del ragazzo “giovane di serie” in “addestramento tecnico” che in parole povere significa che si trova nell’anno che precede il momento importante e critico del passaggio al professionismo – con la sottoscrizione di un contratto – o l’inizio del precariato – senza alcun contratto – nel mondo dilettantistico. Il giovane in addestramento tecnico – che tutti chiamano invece precontratto – riceve un piccolo stipendio mensile che varia dai 600 ai 1000 euro, a seconda che ci si trovi in Lega Pro o Serie A.

Se per alcune piccole società è un costo, che sommato a vitto e alloggio è pesante da sostenere, per altri personaggi rappresenta invece una buona opportunità di guadagno. Per entrambi è comunque la somma di partenza da richiedere a un genitore: quindicimila euro.

Tutti fatturati?

Raro, ma se capita, almeno è un’operazione limpida.

Dieci fatturati e cinque no?

Più probabile. La società ammortizza i costi e il resto viene gestito dal direttore.

Tutto non fatturato?

Frequente e alle spalle della società. In questo caso sono due o tre le persone a mangiarci sopra: direttore, mister e agente o presunto tale. E se in mezzo ci sono altri amici o conoscenti in grado di aiutare a portare a termine l’operazione (ogni passaggio ha un costo) è un attimo arrivare a ventimila euro o più.

L’amicizia tra allenatore, direttore, agente è basilare per far funzionare al meglio queste situazioni. Spesso i protagonisti si sono conosciuti sui campi di gioco perché il mister ha allenato in passato il direttore o l’agente, oppure perché si è giocato insieme, ma è sufficiente la semplice amicizia di due tra queste figure per alimentare questo tipo di mercato.

L’agente (vero o finto, non importa) trova il ragazzo con sponsor, lo presenta all’amico direttore che lo propone all’allenatore che – amico o no – per non perdere il già vacillante posto, difficilmente risponde in modo negativo al suo superiore. Se l’amicizia è tra agente e mister, non sarà complicato per quest’ultimo convincere il proprio direttore all’acquisto di un determinato giocatore, mentre quando invece a gestire il tutto sono direttore e mister la richiesta viene fatta direttamente (e senza troppi timori) a chi propone il giocatore.

Ti succede quando conosci il direttore, mai incontrato prima, di una piccola società arrivata al professionismo (dalla D alla II divisione) che della qualità o ruolo dei ragazzi che hai da proporre non sembra molto interessato.

Il presidente non ha intenzione di tirare fuori tutti questi soldi per iscrivere la squadra e gestirla, quindi se hai giocatori che si portano dietro lo sponsor possiamo lavorare.”

Dritto al punto, del resto non ha molto tempo per organizzarsi, il termine ultimo per l’iscrizione è tra poche settimane e la cassa piange. Le premesse per garantire un futuro sereno e radioso a questa piccola società ci sono tutte.

Estate 2012, un ragazzo (che non segui tu ma che conosci abbastanza bene) del ’93 (pure discreto) con padre tanto voglioso di vedere il proprio figlio tra i professionisti quanto dotato di mezzi economici, paga ventimila euro per farlo inserire nella rosa della squadra di II divisione.

Nella rosa significa nei ventidue convocati, non negli 11 in campo, infatti si contano sulle dita di una mano le volte che ha messo il piede sul terreno di gioco da titolare. Cifra fatturata solo a metà (il resto cash) e non dalla società – che non ne sa nulla – per stessa ammissione del padre che invece di tacere quasi se ne vanta proponendo il buonissimo affare ad altri amici.

Finisce la stagione.

Estate 2013, al ragazzo viene proposto il contratto. Indubbiamente un bel traguardo, che costa però trentamila per il primo anno. Di questi circa la metà tornerà indietro attraverso lo stipendio, il resto sarà il guadagno del solito trio mentre la società tra stipendio e mantenimento ne spenderà minimo trentacinquemila e cosa accadrà il prossimo anno è di facile intuizione salvo un exploit clamoroso del ragazzo.

Altro giro altro regalo, contento il padre contenti tutti.

In questo caso l’affare è andato in porto grazie alla profonda amicizia tra il mister e l’agente che in questo modo hanno portato almeno altri due giovani con lo stesso trattamento a stare nel giro (che non significa giocare) della prima squadra. Quando però non riescono a soddisfare tutte le richieste – con un piccolo sovrapprezzo – del resto si deve coinvolgere altra persona – possono indirizzare i ragazzi ad altre due società dove ci sono altri amici (preferite complici?) disponibili a fare lo stesso discorso.

Anche in un settore giovanile di Serie A, hai trovato un bel team di “furbacchioni”.

A fine campionato vengono organizzati dei provini per valutare e poi selezionare giocatori per la nuova stagione. Tutto nella norma, se non per un particolare: alcuni invitati a provare hanno un’età che non è più adatta per la Primavera (se non come fuori quota ma ne giocano solo tre e ne hanno già molti di più in rosa) ma più utile a una Prima squadra e le selezioni in questo caso non avvengono certo in questo modo ma attraverso un periodo di prova con i futuri compagni adulti e non con i ragazzini.

In uno di questi provini ci finisce anche uno dei tuoi ragazzi, bravo, e che secondo te in questa squadra ci potrebbe stare tranquillamente (infatti lo hai già proposto nei due anni precedenti), ma nonostante la tua richiesta di provino non è mai stato preso in considerazione, nemmeno per un allenamento. Adesso, invece, da quando il padre ha fatto intendere che se ci fossero delle spese da sostenere non sarebbe un problema mettere mano al portafoglio, è diventato molto più interessante.

Sei giorni di allenamento e qualche gara amichevole mettono in luce le sue qualità tanto da guadagnare i complimenti del direttore, del mister e di un altro personaggio che al termine del periodo di prova lo ferma complimentandosi e anticipandogli quello che da lì a qualche giorno gli verrà proposto, cioè la possibilità di andare a giocare in un’altra squadra – in Lega Pro – a scelta tra altre quattro.

A spese sue, però!

Vitto, alloggio, stipendio e commissione.

Il solito investimento.

Una persona stipendiata da una società di A, che assieme con altri stipendiati sempre dalla stessa società, gestisce il mercato per altre squadre – sotto gli occhi di tutti – è un problema molto grave che di sicuro non fa bene al calcio. È il marcio all’interno di un meccanismo già inquinato, dove comportamenti e gestioni come questa sono sempre più frequenti e per nulla invisibili.

Tutti sanno, ma nessuno sembra interessato a interviene per provare a cambiare lo stato delle cose.

Perché un genitore al quale consigli di tenersi alla larga da questi personaggi, prima si stupisce, poi si indigna, ci ragiona su ma alla fine li va a cercare?

Pensi al grande controsenso che contraddistingue questo mondo: alle belle parole, ai buoni propositi, non corrispondono quasi mai i fatti.

da Procuratore? No, grazie! – Il ritorno

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