Diventerò calciatore

Quindi, quasi all’improvviso, si viaggia anche questa notte.

Il pulmino bianco è lì che mi aspetta, pronto ad accompagnarmi in un altro campo di calcio per un’altra prova.

Borsone da una parte e valigia preparata in fretta dall’altra, in questa stanza non tornerò più. Chissà quante altre ne vedrò da qui alla fine di questi giorni in cui l’unica cosa che devo fare è giocare, giocare e giocare.

Meglio che posso.

Dimostrare quello che valgo con un pallone tra i piedi.

Non posso permettermi di stare male, di avere fastidio e dolore, di non essere in forma, sarebbe una condanna definitiva che mi farebbe tornare da dove sono partito.

Da sconfitto.

E io non voglio tornare in nessun caso.

Sono indolenzito, è già la terza settimana di lavoro, dopo un viaggio durato quasi un mese, e i continui spostamenti sui sedili scomodi di questo trabiccolo per lunghi spostamenti e i letti duri degli alberghi che cambiano in continuazione non mi aiutano a riposare bene e a rilassarmi.

Poco importa però, i tempi di recupero limitati non possono essere una scusa, devo essere pronto sempre e comunque perché ogni due o tre giorni inizia una nuova prova e non mi è concesso di sbagliare nulla.

C’è il mio futuro in gioco ma anche quello della mia famiglia che per farmi arrivare fino a qui ha fatto un sacrificio enorme per pagarmi le spese del viaggio. Tutti i risparmi, non molti ma comunque tutti, che ha messo da parte mio padre non sono bastati, perciò sono serviti anche i soldi di mio fratello maggiore, che ne ha anche meno, ma quel poco sommato due volte mi ha fatto partire.

La speranza in una vita migliore lontano dal posto in cui sono nato e cresciuto dove il futuro è un punto interrogativo, alleggerisce il peso enorme del sacrificio e tiene a debita distanza la paura e il dubbio che sia tempo e denaro sprecato.

Tornerà ricco e famoso.”

Con questa certezza regalata alla mia famiglia il coach si è messo in tasca i soldi per la trasferta e dopo una settimana siamo partiti.

Un viaggio lungo con tappe in città di cui non conosco nemmeno il nome. In alcuni casi ci siamo fermati giusto il tempo di una notte per poi ripartire la mattina seguente, in altri la sosta è stata più lunga ma ogni giorno non è mancato mai un campo di calcio dove allenarsi. Notti passate in alberghi orribili incontrati lungo il cammino o in appartamenti piccoli su brandine improvvisate ma è successo pure di fermarsi in mezzo al deserto e dormire in auto.

In una tappa abbiamo partecipato anche a un torneo, sgangherato e in un campo polveroso come non mi è mai capitato di vedere, ma pur sempre un torneo. Non era previsto, non lo sapevamo ma è stata comunque un’occasione per metterci in mostra davanti a qualche selezionatore africano – forse di squadre importanti – anche se ognuno di noi aveva in testa l’Europa e quello che sarebbe accaduto dopo pochi giorni.

Che però si sono trasformati in settimane perché il viaggio per arrivare in Italia è durato tanto. Forse troppo, abbastanza da fare venire il dubbio a qualcuno dei miei compagni che tutto fosse una grandissima fregatura.

Che poi non sarebbe una cosa così strana, non sono pochi i ragazzi come noi che sono stati illusi e poi truffati da strani personaggi che promettono un futuro da calciatore fuori dall’Africa e che, dopo aver preso i soldi, spariscono oppure ti abbandonano chissà dove in giro per il mondo. Succede e, vere o leggendarie che siano, le storie che raccontano di ragazzi partiti e mai tornati di cui non si sa più nulla ma che di sicuro non sono diventati giocatori, arrivano anche in quegli sperduti villaggi dove gli sciacalli trovano le loro giovani prede, viaggiano di spogliatoio in spogliatoio tra i piccoli calciatori che torneo dopo torneo, provino dopo provino ogni volta ci provano e sperano.

Il rischio di cadere nelle mani sbagliate c’è, lo so, però lo correrei comunque perché non ho altre soluzioni per fuggire da qui. Ma per fortuna il coach è una persona onesta, lo sento.

Il coach.

Sembrerà strano ma nemmeno so il suo nome, lo chiamo così e basta, da sempre anche se non è molto che lo conosco, del resto oltre a essere il traghettatore verso il mio futuro, è anche e soprattutto il mio allenatore.

Di lui mi fido, devo. Mi porterà in qualche squadra in Europa, che sia Italia, Germania, Russia, Croazia, Bulgaria, Spagna, non importa, mi va bene tutto, basta giocare e vivere grazie al pallone.

E al mio talento.

Lui ha contatti in tutti questi posti e sono sicuro che finirò a giocare in uno dei campionati più importanti d’Europa, me lo merito e poi lo ha promesso alla mia famiglia, non solo a me.

È stato mio padre, più o meno un anno fa, a farmi iniziare a frequentare l’Academy dove lui allena, mi ci ha portato per farmi giocare in un posto migliore, con tecnici più preparati di quelli che mi hanno allenato prima e per coltivare meglio il talento che molti mi riconoscono. Un posto pieno di ragazzi come me, non bravi come me, ma con la mia stessa passione, voglia di fare, crescere e imparare. Tutti ad allenarsi ogni giorno in un campo sempre affollatissimo un po’ perché in Nigeria siamo in tanti a giocare a pallone, ma molto di più perché la gente sa che dal coach c’è la possibilità di staccare un biglietto per scappare via.

Non per tutti, ma una strada da percorrere c’è.

Diventerai un calciatore.”

Così mi ha detto il coach una sera a fine allenamento mentre nello spogliatoio raccoglievo le mie cose nello zaino per tornare a casa dopo un paio di giorni di lavoro sul campo, e io gli credo perché è quello che penso anche io: ho corsa, sono alto, ho un bel fisico e sono potente, non mi manca nulla per sfondare. Sono molto più bravo dei tanti coetanei con cui ho passato pomeriggi a giocare e allenarmi, questo è chiaro, ma chi mi può vedere in Africa in mezzo a tutta questa gente? Sì, ci sono squadre valide e c’è la possibilità di arrivare in nazionale, ma la concorrenza è tanta, troppa. Per realizzare il mio sogno devo fare qualcosa io, con ogni mezzo e a ogni costo, non posso rischiare. Diventerò un calciatore, non voglio pensare a un futuro diverso per me.

Diventerai calciatore”

Lo ha detto anche agli altri due ragazzi che ho accanto in questa fuga notturna mascherata da viaggio. Uno è un portiere l’altro è un difensore. Il primo è proprio forte ma è strano, se è in giornata fargli gol è un’impresa ma ogni tanto pare non avere tanta voglia di essere in campo e quindi diventa un numero uno qualunque. Per ora, in queste settimane di prova non è sembrato svogliato, si è impegnato e ha fatto bene, e secondo me non tarderà a trovare una squadra. Se potessi scegliere mi piacerebbe restare a giocare con lui, so che sarà impossibile ma siamo diventati amici, siamo in sintonia e poi sai che acquisto per chi ci prende?

Con l’atro invece il rapporto non c’è, parla poco, non sorride mai, non si emoziona, è freddo, anche in campo, ma lì non conta, anzi aiuta. È un difensore ma quasi sempre lo hanno provato anche a centrocampo, anche lui è bravo ma la tristezza che trasmette non so se lo aiuterà in questo lungo viaggio. Lo ammetto: di lui non me ne frega nulla e spero sia l’ultimo a rimanere su questo pulmino.

Diventerai calciatore.”

Lo ha detto anche a un altro ragazzo, il quarto del gruppo, quello più fortunato che ha già lasciato la nostra comitiva dopo una settimana di viaggio. Lui gioca in attacco e non è di sicuro il più bravo dei quattro, ma alla prima occasione ha fatto centro e trovato una squadra. Non so quale sia perché abbiamo fatto un provino lunghissimo non per una squadra sola che è durato una giornata intera, selezione dopo selezione, partita dopo partita davanti a un sacco di persone che prendevano appunti. Osservatori o allenatori di tante squadre, questo ho capito quando siamo rientrati in albergo e nemmeno il tempo di disfare la valigia che il nostro compagno l’ha dovuta rifare, ciao ciao, buona fortuna ed è partito. Dove sia ora non lo so, il coach ci ha detto che è in una “grande squadra italiana” ma non ha specificato quale. Il giorno successivo alla sua partenza durante il viaggio verso un altro campo, lo abbiamo stressato così tanto per sapere che a un certo punto ha fermato pure il pulmino per farci scendere, ma niente, non ha ceduto.

Non pensate a lui. Se vi dico dove giocherà potrebbe essere una distrazione. Potreste essere invidiosi. Pensate a voi!”

Lo ha detto da arrabbiato stanco delle nostre insistenze e con una faccia minacciosa, credo scherzasse ma quello sguardo non mi è piaciuto per niente, comunque dopo la sfuriata è tornato a guidare parlando con la persona seduta al suo fianco.

Già non c’è solo il coach in questo viaggio, ci sono anche altri due uomini. Anzi c’erano, visto che uno di questi è andato via con il nostro compagno. Due brutti musi a prima vista, uno, quello che ora non c’è più, forse è un agente di calciatori, l’altro non so, credo sia uno che lavora con lui, mi sembra di ricordare di averlo già incrociato in Academy. Entrambi di poche parole e nemmeno tanto simpatici, con loro non c’è molta confidenza. Non che nel gruppo ci sia poi tutto questo dialogo, non è un viaggio di piacere, è un viaggio di lavoro e ognuno dei componenti del pulmino è concentrato su quello che deve fare. Noi ragazzi dobbiamo conquistare un posto da qualche parte e anche se ogni tanto ridiamo, scherziamo e ci sosteniamo, la realtà è che siamo in competizione e vedere uno del gruppo che fa bene, che attira di più l’attenzione o che viene scelto, da una parte spinge a fare meglio ma dall’altra fa incazzare.

Perché hanno preso lui e non me?

Non so quante volte me lo sono chiesto in questi giorni e credo sia lo stesso pensiero dei miei compagni di avventura che, come me, oltre a non capire come mai il meno talentuoso del gruppo sia già tranquillamente sistemato, muoiono dalla voglia di sapere in quale squadra stia giocando adesso.

Il problema è che non possiamo nemmeno chiederlo al diretto interessato perché i nostri telefoni non funzionano ancora, serve un numero nuovo perché con il vecchio i costi sarebbero altissimi e il coach ci ha promesso che lo faremo non appena ci sarà un po’ più di tempo a disposizione e saremo più tranquilli. Dice così da giorni in realtà, e non penso occorra chissà quanto tempo a prenderci una nuova scheda, ma visto che sembra che le cose da fare per farci viaggiare e mettere il piede sui campi ogni giorno siano tante, attendiamo. Io non chiedo troppo, non rompo le scatole, me ne frego e gioco ma un telefono però lo vorrei.

Sono certo che arriverà presto, come è successo per il passaporto consegnato alla partenza e poi sparito nel nulla “in attesa di timbri e validazioni” ci hanno detto, che credevo fosse andato perduto ma che invece poi è ricomparso dopo qualche settimana.

Nuovo e con qualche modifica però.

Il mio nome è leggermente più corto, un po’ più comprensibile diciamo e anche la data di nascita è diversa, praticamente adesso ho un nome più snello e sono più giovane.

Di tre anni, e non è poco.

È stato un errore ma per ora non possiamo cambiare. Lo faremo poi.”

Bugie.

Il coach ha provato a giustificarsi così e io ho fatto finta di crederci, ma tra le tante storie sentite quella della falsificazione dell’età è una delle più conosciute tra i ragazzi, e certamente la più vera. Lo so che quel poi, se le cose andranno bene, non ci sarà e non sarà mai più un problema, ma so perfettamente che se questa avventura fallirà il vecchio passaporto farà capolino mentre verrò rispedito a casa.

Non accadrà però, non deve accadere a costo di scappare.

Sono maggiorenne da poco ma in questa mia nuova vita lo diventerò tra qualche anno. Non è bello quello che è stato fatto, lo so, ma non mi importa nulla, devo diventare un calciatore e se questo inganno che ha organizzato il coach mi permette di avere un vantaggio, bene, è un’arma in più a mia disposizione.

Chissà se vale lo stesso discorso anche per i miei compagni di viaggio, a loro non ho chiesto nulla riguardo al passaporto e anche loro hanno fatto altrettanto con me. Considerando che più o meno lo abbiamo ricevuto tutti nello stesso periodo, poco prima di iniziare i vari provini in Italia, non è poi così complicato immaginare che qualche “errore” ci sia stato anche nei loro documenti.

Il clima in questa comitiva è particolare, nessuno parla, tutti probabilmente sanno ma è meglio fare finta che non sia successo nulla. Senza dirci niente siamo tutti consapevoli che ognuno deve fare il proprio per raggiungere l’obiettivo che ci siamo posti e basta, per questo per alcune cose non è necessario fare domande e nemmeno dare risposte.

Il coach sa cosa fare e più passano i giorni più capisco che gli altri due suoi amici servono per sistemare queste tutte queste cose fuori dal campo. Sono loro infatti che mentre noi siamo in campo a giocare parlano con i vari dirigenti delle società, li vedo mentre mi alleno e soprattutto li sento quando parlano animatamente e ad alta voce durante le partite. Sono fastidiosi, lo ammetto e mentre gioco mi dà veramente fastidio sentirli urlare dandoci consigli, ogni tanto i giocatori in campo li guardano – e ci guardano – come se fossimo esseri selvatici.

Con il documento nuovo gioco le mie carte confrontandomi con ragazzini che mediamente mi arrivano alla spalla, ogni tanto ce n’è qualcuno che quasi mi raggiunge ma è davvero una rarità incontrarne uno così alto. Anche nello spogliatoio si nota la differenza, io pienamente sviluppato in mezzo a dei bambini. Genetica, razza diversa, sviluppo precoce e altre stupidaggini sono le giustificazioni che sento per sottolineare la differenza che in condizioni normali sarebbe di certo meno marcata. Alcuni ragazzi mi guardano davvero male non perché sono uno straniero che arriva e potrebbe togliere il posto a qualcuno, o meglio non solo per questo motivo, dietro ai loro sguardi leggo il sospetto e credo proprio che sappiano perfettamente che io potrei già guidare un’auto e loro invece no.

Certe storie le conoscono anche in questi spogliatoi.

Forse non solo negli spogliatoi a giudicare da quello che è successo questa sera quando a fine allenamento il coach e il suo amico sono rimasti chiusi per un bel po’ di tempo in una stanza vicino al nostro spogliatoio con il mister che ci aveva appena allenato e altri dirigenti.

Li abbiamo aspettati più di un’ora sicuri che all’uscita qualcuno di noi avrebbe trovato casa in Italia ma siamo rimasti tutti delusi, e un po’ spaventati.

Molto spaventati a essere onesti.

Quando si è aperta la porta sono uscite due persone che ci hanno chiamato per nome uno alla volta. Io sono stato il primo e quando sono entrato hanno controllato la foto sul passaporto, mi hanno guardato per bene e poi scritto qualcosa su un foglio. Ho fatto finta di non capire anche quando parlavano un po’ di inglese che conosco a sufficienza per comunicare, ma che il giorno della partenza ci hanno detto di dimenticare una volta arrivati in Italia.

Scordatevi l’Inglese. Comunicherete con il pallone. Il primo che parla se ne torna a casa. Chiaro?”

Non mi sono preoccupato fino a quando ho incrociato lo sguardo del coach e visto la sua faccia terrorizzata che in confronto a quella del suo compare che ho visto subito dopo, sembrava il ritratto della felicità.

Ti hanno preso?”

No, entra tu adesso.”

Mi hanno mandato fuori e chiesto di far entrare il mio compagno che alla mia risposta si è acceso con un sorriso e gli occhi spalancati pensando che il fortunato potesse essere lui.

Il terzo è rimasto fermo senza dire nulla, come al solito, attendendo il suo turno e una volta uscito pure lui siamo rimasti tutti e tre in silenzio ad aspettare che qualcosa accadesse ma con la sensazione forte che non sarebbe stato qualcosa di positivo.

Poi la porta si è aperta.

Il coach esce e subito dopo il suo amico.

Lo guardiamo con aria stupita e interrogativa.

Un sorriso tiratissimo compare su un volto stravolto.

Stanotte ci aspetta un viaggio più lungo, ragazzi miei. Prendiamo le valige e andiamo in Spagna.”

Con la sensazione di averla scampata mi metto comodo nella fila dei sedili che sta al centro, appoggio la testa sul maglione arrotolato che separandomi dal vetro sarà il mio cuscino per la notte.

Il pulmino si mette in moto.

Diventerò calciatore.

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